IL FIUME

 

 

    Pigro, quasi sonnacchioso, il fiume scorre fra due muri compatti di alberi, le chiome piegate a pelo d’acqua sembrano sudditi che si inchinano al passaggio del loro re. I nostri galleggianti scivolano lentamente trascinati dal filo della corrente. Lo stormire delle foglie dei pioppi contrasta col frinire delle cicale. In quell’afoso pomeriggio d’Agosto, la lieve brezza che muove le fronde, porta un refrigerio insperato. Il sole filtrando attraverso le foglie crea degli arazzi luminosi che si muovono agitati dai piccoli gorghi della corrente.

 

    Ogni tanto, come delle piccole imbarcazioni, piccoli cespugli scendono lungo il fiume, accompagnando i nostri galleggianti nel loro percorso ripetitivo. La pace è interrotta solo dal grido ossessivo di un cuculo che da un albero, sopra le nostre teste, manda un richiamo d’amore nella speranza che una compagna lo accolga. Ogni tanto vediamo dei cavedani enormi, che a pelo d’acqua nuotano contro corrente snobbando le nostre esche. Con caparbietà Giovanni continua a pasturare a monte della corrente e vedo i bigattini scendere verso il fondo, come piccoli fiocchi di neve trascinati dal vento. Questo pomeriggio sembra proprio che i pesci non abbiano voglia di mangiare. Continuiamo i nostri lanci sincroni e perfetti, mentre il cuculo con il suo canto ripetitivo sembra prenderci in giro. Uno stormo di aironi cenerini passa elegante sopra le nostre teste. Mi incanto a guardare il volo maestoso di quegli splendidi uccelli che attraversano lo spazio di cielo non ancora imprigionato dalle chiome degli alberi.

 

    Mai distrarsi quando si pesca! Sento la canna che si piega tra le mani e scatta di lato. In quell’attimo di distrazione un pesce ha mangiato e adesso si sta dirigendo come una saetta verso un cespuglio sommerso. Preso alla sprovvista, non riesco a contrastare la sua fuga, che si conclude felicemente al riparo delle fresche fronde. Come era prevedibile, il pesce si slama lasciandomi con la lenza impicciata nei rami. Sale verso il cielo una parolaccia degna del miglior bordello Tailandese, mentre Giovanni sorride sornione sotto i baffi. Non mi resta altro che bloccare la frizione e rompere il terminale che con santa pazienza devo ripreparare. Svolgendolo con delicatezza dalla tavoletta di sughero lo lego alla lenza madre; tiro fuori i pallini dello zero otto da una tasca del giubbotto da pesca; apro il contenitore e questo malignamente mi sfugge di mano cadendo per terra e spargendo tutti i pallini in mezzo al fango. Nuova parolaccia megagalattica, noto lo sguardo sempre più divertito del Giovanni. Cerco inutilmente di recuperare i pallini, ma questi sono stati inghiottiti dalla melma. Allora chiedo a Giovanni di prestarmi i suoi. Finalmente dopo un quarto d’ora e una decina di parolacce sono di nuovo in pesca. Speriamo che quella prima abboccata sia stato il segnale che i pesci abbiano cominciato a mangiare. Invece, non succede nulla.

 

    I nostri lanci si susseguono con un ritmo cadenzato quasi perfetto ed i galleggianti ci passano davanti trascinati dalla corrente placidi come piccoli aghi che bucano la superficie dell’acqua. Una papera bianca sbuca all’improvviso da un ansa del fiume, nuotando placidamente attraversa lo specchio d’acqua dove stiamo pescando per poi scomparire dietro un canneto che si trova alla nostra sinistra. Non ci ha degnati di un solo sguardo. Ho un’ultima fugace visione del suo bel becco rosso fra le canne, ma questa volta non mi sono distratto. Come un camaleonte un occhio guardava la papera e l’altro il galleggiante, che peraltro continuava immobile il suo peregrinare lungo il fiume. E insieme all'acqua del fiume, che dai tempi dei tempi non è mai la stessa nello stesso punto, così scorre il tempo. Il sole inizia a porre fine alla giornata tramontando dietro le cime degli alberi che assumono un colorito dorato mentre il caldo estivo diminuisce. Un altro rumore mi distrae. E’ qualcosa che smuove le foglie nel sottobosco, qualcosa di frusciante, che a tratti e guardingo si sta dirigendo verso di me dalla destra. Cerco di intravedere fra i rami quale animale possa essere, ma non riesco a percepire nulla. Il rumore si ripete, ma più vicino, un poco spostato a sinistra. Resto immobile e trattengo il respiro. Sembra molto grosso, ma non riesco ancora a vederlo. Poi all’improvviso sotto un rovo, lo vedo. E’ un grosso topo di fiume, con il pelo nero e lucido come la pece. Farà un chilo ed ha una coda lunga mezzo metro, e non è a più di cinque metri da me. Faccio un movimento brusco più di sorpresa che di paura e con un fruscio improvviso il topo si volatilizza.

 

    Torno a guardare i galleggianti, ma ne vedo solo uno, quello di Giovanni. D’istinto ferro, e la canna si piega nell’allamata. Capisco che è un bell'esemplare, dal modo di vibrare della canna nelle mie mani forse è un cavedano. Il pesce fugge risalendo la corrente e cercando rifugio nelle radici semisommerse. Queste sono a circa cinquanta metri alla mia sinistra. Stringo la frizione al limite del carico di rottura, mentre il filo fischiando continua a uscire dal mulinello. Il pesce rallenta, poi si ferma, riparte di nuovo rubandomi altro filo. Cerco di sollevare la canna verso l’alto per far lavorare di più il cimino e meno il filo e con il dito cerco di rallentarne l’uscita. Finalmente riesco a fermarlo e a fargli cambiare direzione. Adesso sta nuotando verso di me, il filo perde tensione andando in bando. Devo recuperare girando il mulinello come un matto per mantenere sempre il pesce in trazione. Adesso nuota al centro del fiume trascinato dalla corrente verso valle. La sua velocità è pazzesca e faccio fatica a controllarla. Si dirige verso la riva opposta dove intravedo un grosso albero, che sradicato dalle piene invernali, giace di traverso nel fiume formando una specie di grotta. Di nuovo la frizione si mette a cantare e lui mi riprende tutto quel filo che avevo appena recuperato. La canna si piega al massimo formando un bel arco nell’aria immobile di quel pomeriggio estivo. Non riesco a contrastare la fuga. Lui riesce ad infilarsi sotto il tronco fermandosi al sicuro. Aumento il tiro. Il pesce non si muove, si è incastrato sotto il tronco. Lo sconforto mi assale. L’ho perso, penso.

 

    Poi, provo il tutto per tutto. Allento completamente il filo abbassando la canna a pelo dell’acqua facendolo andare in bando. Spero che lui non sentendosi più tirare e credendosi libero esca da solo da sotto il tronco. La manovra mi riesce e quando risollevo la canna lo sento ancora in punta. E la lotta ricomincia. Adesso nuota lentamente al centro del fiume, trascinando la mia lenza che taglia l’acqua come una piccola lama di coltello. Le sue fughe sono sempre meno violente e più corte, ma non riesco a sollevarlo dal fondo. Cerco lentamente di pomparlo, ma il caparbio non cede. I minuti passano senza che succeda nulla. Poi quasi impercettibilmente comincia a salire in cerchi sempre più stretti verso la superficie. Comincio a vedere prima il galleggiante poi i piombini del terminale, poi finalmente, attraverso l’acqua verdastra, una sagoma argentea. E’ proprio un bel cavedano. Riesco portarlo in superficie. Ma lui dopo una giravolta si immerge ancora riguadagnando il fondo. Di nuovo lo pompo, questa volta senza molta fatica perché ormai è stanco. È di nuovo a pelo d’acqua. Gli faccio prendere due o tre boccate d’aria e comincio a trascinarlo verso il capace guadino che il fido Giovanni ha già messo in acqua pronto per la coppiata. Un'ultima fuga proprio quando sta per entrare nella rete, Giovanni con un colpo da maestro lo insacca nel guadino. La lotta è finita. Guardo quel bel cavedano di oltre un chilo che si agita boccheggiando dentro il guadino. Solo allora tiro un respiro di sollievo, ho vinto io ed è stato un bel combattimento. Con delicatezza lo slamo e lo metto dentro la nassa. Si ricomincia a pescare.

 

    Non passano neanche cinque minuti che Giovanni illama un altro bel pesce e la lotta ricomincia. Tolgo la mia lenza dall’acqua e mi godo la battaglia. Non deve essere un cavedano, nuota lentamente tenendosi rasente al fondo. Il suo moto è lento ma continuo, difficile da contrastare. La frizione fischia a più non posso mentre cerca di contrastarne la fuga. Punta diretto contro un muro di cannucce affioranti dal fiume. Disperatamente Giovanni cerca di fermarlo. Non ci riesce. Il pesce si infila nel mezzo delle canne. Il filo che era in tensione al massimo si rompe, schizzando come una molla si aggroviglia ad un ramo alto sopra le nostre teste. Solo allora ci accorgiamo che l’albero è addobbato, a mo' di albero di Natale, di una decina di galleggianti. Subito, Giovanni, con manovre rocambolesche cerca di recuperare non solo il suo ma anche gli altri galleggianti. Mentre lui non riuscendo ad arrivarci con mezzi normali, cerca di abbattere addirittura l’albero, io mi rimetto tranquillamente a pescare.

 

    Altri due cavedani di buona misura vengono a fare compagnia al primo dentro la nassa. Anche Giovanni, che nel frattempo è riuscito a recuperare quattro galleggianti più o meno marci, si rimette a pescare più contento di prima, prendendo un cavedano dietro l’altro. Finalmente si erano messi in pastura.

 

    Il giorno volge al termine. Fra una battuta ed una risata continuiamo a pescare quei bei pesci argentei che vanno ad ingrossare il nostro carniere. Ormai le ombre della sera confondono i nostri galleggianti e le catture si fanno sempre più sporadiche. Improvvisamente illamo un pesce che non è il solito cavedano. Lo sento tirare con forza e dirigersi verso le solite cannucce tenendosi rasente al fondo. Sono pronto alla stessa fine di Giovanni quando, inaspettatamente, cambia direzione e risale la corrente. Mi rianimo e comincio a lottare. Ormai è quasi buio e faccio a fatica a seguire le evoluzioni della lenza. Il tira e molla continua per altri due o tre minuti poi stranamente il pesce fa vedere la sua fisionomia. E’ un bel barbo di misura. Lo salpo e subito lo rimetto in libertà insieme ai suoi compagni di fiume catturati in quel caldo pomeriggio.

 

    Felici di aver trascorso assieme un a bellissima giornata di pesca, smontiamo le canne e ci dirigiamo attraverso il bosco alla macchina. Il gorgoglio sommesso del fiume accompagna i nostri passi ed è come se volesse salutarci.


Roberto Regnoli