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di Roberto Regnoli |
Messaggi dal mare di: Roberto Regnoli
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Il MIO PRIMO TONNO
Quella notte avevo dormito male, mi ero svegliato diverse volte guardando la sveglia che inesorabilmente segnava sempre la stessa ora: le tre. Un groppo allo stomaco, che avevo dal pomeriggio prima, mi provocava un’ansia che non mi spiegavo. E sì che dovevo essere felice perché il giorno dopo avevamo organizzato una battuta a tonni. Erano circa due anni che tentavo la sorte con il “ Big Game “ al tonno senza aver avuto, purtroppo, non solo nessun risultato positivo, ma non li avevo mai nemmeno visti, e cominciavo a pensare che dalle mie parti i tonni non esistessero. Avevo passato diverse domeniche a buttare sarde in acqua dalla mattina alla sera vedendole sparire lentamente sotto bordo come le mie speranze, nel trascorrere delle ore sotto il sole. Alle cinque non ce la faccio più a rigirarmi nel letto e mi alzo. Corro a guardare il tempo; albeggia e la giornata si preannuncia limpida e con assenza di vento. Mi vesto in fretta e comincio i preparativi; vado al garage a prendere le canne, le esche, i terminali e le casse di sarde. Controllo e ricontrollo che ci sia tutto. Controllo le carrucole delle canne, le girelle dei moschettoni, i nodi dei terminali e dei raddoppi. Tutto è in perfetto ordine. Guardo l’orologio erano le 6. Ci manca ancora un’ora all’appuntamento. Carico la macchina e mi avvio verso il porto. Mentre carico, da solo, la barca, guardo la bandiera del circolo; si è alzato un leggero venticello da terra. Penso che sia la brezza notturna che ancora persiste e continuo nella mia opera di carico. Sempre il groppo allo stomaco mi dà una strana sensazione di ansia che va aumentando mentre passa il tempo. Finisco di caricare le attrezzature e le casse di sarde e mi siedo sul bordo per aspettare il resto dell’equipaggio. Guardo per l’ennesima volta l’orologio sono le 6,30; ancora mezz’ora. Il senso di ansia aumenta, non riesco a stare fermo; ridiscendo dalla barca e vado a fare un giro lungo la banchina alla ricerca di qualcuno per fare quattro chiacchiere per ingannare l’attesa. Guardo la bandiera e vedo che sbatte più forte; il vento sta rinforzando sempre venendo da terra. Ormai erano quasi le otto e non può più essere la brezza notturna, ma è proprio garbino e sta rinforzando con il salire del sole. Mi reco sulla punta del porto per controllare il mare; già si vedono qualche onda spumeggiare in lontananza. Il groppo alla stomaco aumenta. Finalmente arriva Enrico, “ Cosa dici del tempo “ gli chiedo; subito saliamo al paese vecchio per guardare meglio il mare. Il vento continua a rinforzare e la spuma delle onde biancheggiava come tante pecorelle in un prato. Usciamo o non usciamo questo è il dubbio amletico che ci assilla. Ci dispiace perdere una giornata di pesca, ma uscire lo stesso poi dover ritornare in porto per le cattive condizioni del mare è peggio. Aspettiamo gli altri, finalmente verso le 8 e un quarto arrivano Giovanni ed Aldo. Facciamo un consiglio di guerra: nel frattempo il vento si è stabilizzato intorno a forza 3. La barca è già carica, il sole caldo è alto nel cielo, il vento sembra rimanere costante, per cui prendiamo la decisione: SI PARTE. “ Male che vada rientreremo “ dico con un filo di speranza. Mettiamo in moto i motori ed usciamo dal porto. Subito il vento ci aggredisce spruzzandoci addosso schizzi di acqua salata. “ Rientriamo il vento è troppo forte per pescare “ dice Enrico, “ Ma dai “ gli rispondo “ Si può pescare. Poi vedrai che fuori è meno forte “ penosa bugia, penso “ Arriviamo solo a 80 metri invece che cento. Poi se rinforza ancora rientriamo “ E così ci dirigiamo al largo con rotta 30° Nord-Est. La barca fila a 20 nodi con il vento in poppa che ci riempie di spruzzi e ci porta il puzzo dolciastro dello zuccherificio. Nessuno parla, io controllo attentamente lo spumeggiare del mare cercando di capire se il vento sta rinforzando o no. Finalmente dopo un tempo che mi sembra eterno arriviamo a destinazione. Fermo la barca ed accendo lo scandaglio; 79 metri. “ O.K. Ci possiamo fermare “ dico “ Il mare sembra accettabile. Si può pescare “. Cominciamo la solita routine, provata già tante volte; Giovanni a tagliare le sarde, Aldo a pasturare, Enrico a preparare le esche ed io comincio a calare le canne. La più lontana posizionata a prua a 25 metri di profondità, quella a mezza nave a 15 metri ed a poppa quella di superficie. Nel giro di un quarto d’ora siamo in pesca. La barca sospinta dal vento di terra viaggia intorno al nodo scarso rollando lievemente sul mare ancora non formato. Le lenze sono tese e disposte nella giusta direzione; i palloncini di vari colori sobbalzano sulle onde come mossi dalla mano di un bambino dispettoso. Le sarde, a pezzi ed intere, affondano lentamente nell’acqua creando una processione argentea scomparendo alla mia vista. In superficie il sacco di pastura si scioglie lentamente lasciando una scia oleosa che appiana la superficie del mare per qualche metro dietro la barca prima che la forza del vento l’increspi di nuovo. Guardo l’orologio, sono le 9, da quando eravamo usciti dal porto abbiamo messo un’ora per entrare in pesca, non male. Controllo le frizioni e guardo il mare, il vento è lievemente rinforzato e adesso le creste bianche sono molto di più, speriamo che non rinforzi ulteriormente. Comincia l’attesa. Aldo e Giovanni si alternano alla pasturazione; le sarde continuano a scendere lentamente sottoacqua rincorrendosi verso il blu profondo; il tempo passa lento senza che succeda nulla. E’ già passata un’ora, il vento per fortuna non è aumentato, ma rimane sempre abbastanza forte; per fortuna c’è il sole e la temperatura è mite. Lo scandaglio è muto ed il fondo scorre piatto sullo sfondo blu dello schermo. Tutto è immoto se non per qualche raro gabbiano che ci sorvola nella speranza di rubare qualche sarda. Per ingannare l’attesa preparo il caffé. Ogni tanto guardo il vento, lo scandaglio ed i galleggianti; non è cambiato nulla; controllo per l’ennesima volta la frizione delle canne. “ E’ ora di controllare le esche “ dice Enrico. Subito ritiro le lenze e controllo i sugarelli. Uno è rovinato, mentre alla canna di profondità manca completamente, quello della canna di superficie va bene ma lo cambiamo lo stesso. Altri tre sugarelli vengono innescati e filati fuori bordo alla giusta profondità. Siamo di nuovo in pesca. Ricomincia l’attesa. Sono già passate quasi tre ore senza che sia successo nulla e che si sia visto nulla. Il sole alto nel cielo ci riscalda mentre il vento continua a far scarrocciare la barca intorno ad un nodo di velocità. Ancora nulla, ma sempre quella strana sensazione di ansia mi attanaglia lo stomaco, un groppo che non mi fa stare tranquillo e che mi fa girare per la barca, controllare le frizioni e non stare mia fermo, tanto che Enrico mi sfotte “ Ma che ti ha punto la tarantola ? “ Sono arrivate le 12,30 ed Enrico dice “ Ho fame, si mangia ?”. “ No “ gli rispondo “ Si mangia all’una “ Questa è una regola fissata quando non c’è nulla da fare e bisogna far passare il tempo con punti fermi ed inutili. “ Ma io ho fame adesso “ mi risponde, “ E mangia, non c’è mica la multa “gli dico di rimando. E lui comincia a prepararsi il pranzo; un panino. Inserisce due fette di prosciutto in mezzo a due fette di pane e le addenta come se quello fosse il suo ultimo pasto. Non ha neanche dato il secondo morso, quando un rumore allucinante ci fa girare tutti. La canna di mezzanave è piegata all’inverosimile, mentre il mulinello urla cedendo il filo che esce ad una velocità impressionate. Siamo tutti bloccati, come in un fermo immagine; il mio cuore si ferma. Poi Enrico grida “ TONNO “ e scoppia il caos; da una situazione di calma assoluta si passa alla più frenetica delle attività. Io e Giovanni corriamo a recuperare le altre canne, Aldo accende i motori, mentre Enrico prende la canna ed allama il tonno. Avevamo già provato questa scena, almeno in teoria mille volte. Io dopo aver recuperato la canna di prua, mi infilo il giubbotto ed Enrico mi aiuta a sedermi sulla sedia da combattimento a prua. Aggancio i moschettoni al mulinello e SI COMINCIA. Le gambe mi tremano per l’emozione trasmettendomi una vibrazione a tutto il corpo, il cuore batte a 100 all’ora pompando adrenalina in circolo con una sensazione di giramento di testa; mi devo calmare. Delicatamente stringo la frizione, ma il filo continua a uscire fischiando dal mulinello; allora stringo un po’ di più, ed una trazione spaventosa mi strattona in avanti sollevandomi dalla sedia, l’ho stretta troppo quasi bloccando il filo. Enrico pronto mi trattiene per le spalle impedendomi di finire a mare. “ Stai attento “ mi grida “ questo non è uno sgombro “ Rimollo la frizione ed il filo ricomincia ad uscire, ma più lentamente. Finalmente il tonno ha finito la sua prima fuga; mi avrà rubato circa 200 metri di filo. Con foga comincio a recuperarlo. Veloce il mio braccio fa girare la manovella del mulinello recuperando velocemente metri e metri . “ Con calma “ dice Enrico, che mi assiste “ che il combattimento è solo all’inizio “ Ho già recuperato quasi 100 metri di filo, il sole alto nel cielo mi riscalda la schiena e mi fa sudare: all’improvviso il mulinello si blocca, sento un trazione spaventosa che mi tira in avanti, punto i piedi sul bordo delle barca e stringo fra le mani la canna ed il filo ricomincia ed uscire dal mulinello “ E’ la seconda fuga “ dice Enrico “ Vedrai quante ce ne saranno prima che il combattimento sia finito “ Il filo continua uscire fischiando mentre il mulinello urla il suo grido disperato. Guardo attonito la bobina che velocemente si svuota, poi si ferma, ricomincio a pompare, ma dopo due giri di manovella il tonno riparte ed il filo ricomincia ad uscire. Si sta allontanando troppo e c’è il rischio che il filo vada in bando. “Avanti “ grido ad Aldo, che sta ai motori, che prontamente ingrana la marcia ed accelera. La barca fa un salto in avanti ed il filo va in bando “ Piano “ grido girando come un folle la manovella del mulinello per rimettere il filo in trazione. Adesso l’azione di pesca è più coordinata; recupero con regolarità mentre Aldo con solo la marcia ingranata avanza lentamente contro mare. Il vento è rinforzato e solleva spruzzi che mi bagnano tutto; ma con la fatica che sto facendo è anche piacevole. Nonostante gli spruzzi sto sudando; il sudore mi appanna gli occhiali, che sono bagnati dagli spruzzi, e non vedo quasi nulla. “ Puliscimi gli occhiali “ dico ad Enrico, che prontamente esegue. Mentre sono immerso in un mondo sfuocato, per la mancanza degli occhiali, il tonno decide di ripartire come un treno. E’ ancora vispo e vitale ed esprime tutta la sua potenza. “ Rimettimi gli occhiali “ grido “ non sto vedendo dove sta andando “ E’ bastato un attimo e mi ha portato via 30 – 40 metri di lenza. Si è fermato, sento le sue potenti testate trasmettersi al filo. “ Si sta stancando “ penso. All’improvviso non sento più quella forte trazione e la lenza va in bando “ No! Si è slamato “ grido ad Enrico che sta a mezzo metro da me. “ Ha solo cambiato direzione e sta venendo verso la barca “ mi dice . “ Indietro tutta “ grida ad Aldo, che prontamente ingrana la marcia indietro e la barca fra lo spumeggiare delle onde salta indietro, mentre giro la manovella come un pazzo. (Mi comincia a far male il braccio e la schiena) Improvvisamente sento degli urli a poppa. “ Cosa succede “ chiedo “ Nulla “ mi risponde Enrico “ Tu continua a pompare “. Nel frattempo a poppa sta succedendo il caos. Nel fare marcia indietro il portellone di poppa è saltato via ed è caduto in mare. Giovanni cerca di recuperalo con il mezzo marinaio, mentre ettolitri d’acqua invadono il pozzetto. Casse di sarde, secchi per la pastura ed altro galleggiano con l’acqua che ormai arriva a metà polpaccio, mentre le pompe di sentina automatiche entrante in funzione cercano di svuotare la barca. Il vento, il mare e la marcia indietro della barca ( i motori sono rimasti con la marcia ingranata ) continuano a far entrare acqua, mentre Giovanni, che è riuscito a recuperare il portellone, cerca di rimetterlo a posto, ma con la barca che beccheggia e rolla come un cavallo impazzito è molto difficile. Aldo lascia la consolle di guida ( con i motori ingranati in marcia indietro ) e gli va a dare una mano. La trazione dei motori è troppo forte ed il filo, che io avevo tanto faticosamente recuperato, ricomincia ad uscire facendomi perdere tutto quello che avevo guadagnato. “ Fermate i motori “ grido, mentre la barca inesorabilmente rincula ed il filo continua ad uscire fischiando. Finalmente Enrico che è corso a poppa è riuscito a disinserire la marcia; la trazione sul filo diminuisce ed io posso ricominciare di nuovo il recupero. Guardo disperato la bobina del mulinello è quasi vuota. “ Maneggia “ penso “ Ci sono oltre 800 metri di filo imbobinati . Quanti ne dovrò recuperare?” A poppa Giovanni ed Aldo sono riusciti a rimettere a posto il portellone e le pompe di sentina hanno svuotato il pozzetto che è nel caos più assoluto. Lentamente e faticosamente recupero filo. Sono passati solo 20 minuti e sono già stanco morto, mi fanno male i muscoli delle braccia, delle gambe, della schiena e sudo copiosamente, Il sudore colandomi dalla fronte annebbia gli occhiali che ogni tanto Enrico mi pulisce. I minuti passano con una lentezza esasperante, per fortuna adesso l’azione di recupero è più costante. Mi fletto in avanti giro la manovella, poi facendo forza sulle gambe e sulla schiena tiro indietro la canna. Metri su metri vanno a riempire il mulinello; ho già quasi recuperato quasi tutto il filo perso; sento il “ MOSTRO “ dare delle poderose testate dall’altro capo del filo. “ Si sta stancando “ dice Enrico “ vedrai che fra poco viene a galla “ Io lo spero con tutto il cuore, perché sono molto stanco e non ce la faccio più. Ho recuperato altri 100 metri di filo e la bobina è quasi piena, ma il mulinello si blocca di nuovo, la trazione aumenta, la canna si flette fino quasi a toccare la battagliola, ed il filo con mia disperazione ricomincia ad uscire con il gracchiare della frizione. Con scoramento vedo uscire tutta la mia fatica in un sibilo continuo, tento appoggiando il dito sul filo di rallentarne la corsa, ma l’unico risultato è quello di scottarmi il dito. “ Deve essere un tonno sui cento chili “ dice Enrico “ sono i più bastardi “. “ Sono molto contento “ gli rispondo ansimando. Si è fermato di nuovo e ricomincio il recupero; fletti e gira la manovella, estendi e tira, rifletti e rigira, riestendi e ritira, ormai sono diventati un susseguirsi di gesti automatici, non sento quasi più, almeno credo, la fatica. Il tempo passa, almeno il vento non ha rinforzato, anzi sembra che stia diminuendo; ma io non me ne accorgo impegnato come sono nel mio PRIMO COMBATTIMENTO. Non credevo che fosse così duro. Il filo teso alla spasimo canta come corda di un violino. Lontano vedo qualcosa che ballonzola attaccato al filo; è il piombo. Un filo di speranza ti assale. “ Il piombo l’ho messo prima del raddoppio “ penso “ Quindi è quasi finita “ Non so, povero illuso, che durante il combattimento il piombo è scivolato lungo il filo per oltre 200 metri. Prontamente Enrico prende il piombo in mano e con uno strappo rompe l’elastico che lo fissa alla lenza fiondandosi le dita. Ricomincio a pompare. La schiena mi fa sempre più male. Il tempo passa lentamente, i muscoli cominciano a riempirsi di acido lattico. Ogni tanto il tonno si ferma, dà due o tre testate poi continua ad avvicinarsi. All’improvviso vedo qualcosa sulla lenza, che non riesco a capire cosa sia, sembra un nodo. “ E’ il raddoppio “ grida Enrico “ Dai che ce l’hai quasi fatta “ Si è proprio il raddoppio che si avvicina lentamente a quasi 30 metri dalla barca. Ma all’improvviso il tonno la vede e riparte come un tir; è impossibile fermare quel bisonte scatenato; vedo con disperazione uscire il filo da mulinello che grida come una cornacchia spelacchiata. La fuga non sembra finire mai, non è per niente stanco il maledetto, e si riprende tutta quella lenza che io, così faticosamente, ero riuscito a recuperare. Bisogna ricominciare tutto daccapo. Comincia a salire il panico “ Non ce la faccio più “ dico ad Enrico con un filo di voce. “ Dai. Respira piano. Devi farcela. E’ il tuo primo tonno “ cerca di confortarmi. E’ una sofferenza incredibile, tutti i muscoli mi fanno un male bestia, anche quelli di cui non conoscevo l’esistenza. Tutti urlano il loro disappunto con fitte lancinanti, per la fatica sovraumana a cui li sottopongo. Adesso si è piantato sul fondo. La lenza è “ alla picca “. Provo a sollevare la canna attingendo alle mie ultime forze rimaste. Nulla la canna si flette, la frizione slitta per qualche centimetro, ma lui non si sposta. Sembra che si sia incastrato sul fondo. Ci riprovo e ci riprovo; nulla da fare. “ Vai un poco indietro “ Enrico dice a Aldo. La lenza si tesa, la frizione slitta, il filo esce gracchiando e la lenza assume un’angolazione di circa 40°. Ricomincio, raschiando dal fondo del barile le ultime mie energie, a pompare. Sembra che venga. Sento altre due o tre potenti colpi di testa, la canna sobbalza. “ E’ stanco. Ormai è finita “ dice Enrico. “ Quanto tempo è che sto combattendo” chiedo “ Circa un’ora “ mi risponde Enrico. Lentamente con una lentezza esasperante recupero filo dieci centimetri alla volta. All’improvviso vedo il nodo del raddoppio a circa 10 metri dalla barca. “ Dai che ce la faccio “ penso, un’altra decina di giri di manovella ed il raddoppio entra prima dentro il cimino della canna poi si comincia ad avvolgere sul tamburo del mulinello. “ E’ fatta “ grido e stringo un poco la frizione. Una forza mostruosa mi solleva dalla sedia e la canna sbatte contro la battagliola e se non fosse per Enrico che mi prende per le spalle sarei finito in mare. Nonostante la frizione serrata il tonno è ripartito e si sta riprendendo metri su metri di lenza. Il panico mi assale di nuovo, non ce la faccio più. Mi fanno male anche i muscoli delle orecchie. Sono completamente disidratato. Chiedo un poco d’acqua ad Enrico che prontamente me la porge. Il liquido fresco scende lungo la gola dandomi un poco di refrigerio. Si ricomincia di nuovo. Provo a girare la manovella, ma il braccio non ne vuol sapere di muoversi, è entrato in sciopero. Dopo una piccola discussione con i sindacati muscolari, avveniamo ad un accordo, che se ricominciano a lavorare mi sdraierò al sole sulla spiaggia e non muoverò un dito per una settimana. Il braccio ricomincia a girare la manovella. Recupero un metro di filo e lui me ne riprende un metro e mezzo, recupero due metri e lui due metri e mezzo. E’ un tiro alla fune infinito. All’improvviso si dirige sotto la barca. “ Indietro “ grido. Aldo prontamente ingrana e parte in retromarcia. Più la barca arretra più lui continua a venire sotto. Adesso sta nuotando parallelamente alla direzione della barca. “ Gira a sinistra “ prontamente esegue la manovra e ce lo togliamo da sotto. Adesso è inchiodato; provo a tirare nulla. Sono in affanno. “ Non ce la faccio proprio più “ dico con un filo di voce. “ Coraggio. Resisti. Respira lentamente. Dai che ce la fai “ Mi rincuora Enrico. Un pensiero mi passa per la testa “ Speriamo che rompa la lenza e così finisca questa sofferenza “. Ma la lenza è una 130 Lbs. che il cui carico di rottura è di oltre 50 Kg. Con uno sforzo sovrumano riprovo a tirare e riesco a recuperare un metro; è già qualcosa. Un altro metro ed un altro ancora. Adesso comincia a girare in tondo, costringendomi a spostare la canna da destra a sinistra saltando la delfiniera. Un’ ulteriore fatica. Lentamente, a spirale, il tonno sale. “ E’ fatta “ grida Enrico “ Ormai è cotto e sta salendo. Lo vedo è enorme “ Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco. Ecco che arriva il raddoppio, centimetro dopo centimetro il nodo entra dentro la canna, è quasi dentro il mulinello, poi si ferma. No ! Di nuovo quella trazione spaventosa che mi solleva dalla sedia e riparte. Ma dove le prende tutta questa energia? Il filo esce fischiando dal mulinello. La fuga non è molto lunga solo una cinquantina di metri. Poi ricambia direzione. Vedo la lenza girare verso destra e prendere un’inclinazione diversa ed il tonno si aggalla. Finalmente lo vedo, è enorme e bellissimo, sta nuotando parallelo alla barca lievemente inclinato su un fianco. I riflessi argenti del ventre brillano al sole. Una massa di gabbiani si gettano gracchiando su di lui. A quella visione tutti i miei dolori passano, non sento più la stanchezza, stringo di più la frizione e TIRO. Tiro come un disperato come se quella fosse l’ultima cosa che devo fare nella mia vita. Ed il tonno si affonda di nuovo sotto la barca, ma non riesce a prendermi filo. Punto i piedi, inarco la schiena, afferro con tutte due le mani la canna e tiro. Riesco a recuperare un altro metro, poi un altro ancora. Come in un sogno, meglio dire in un incubo continuo a tirare ed a girale la manovella. Adesso il tonno ha ricominciato a girare in tondo, e sale lentamente. Di nuovo il nodo del raddoppio si affaccia sulla superficie dell’acqua. Altri tre, quattro giri di manovella ed è dentro alla bobina. Stringo al massimo la frizione e tiro. Con una lentezza esasperante il filo si avvolge cigolando. Un altro metro. Il tonno gira a sinistra, la lenza si tende, un centimetro esce dal mulinello, ma non cedo, e tiro più forte con le mie ultime forze rimaste ( dove le avrò trovate non lo so proprio); vedo la sua testa maestosa uscire dall’acqua respirare aria, e tutto finisce. All’improvviso, dopo un’ora e mezzo di combattimento furioso il tonno cede vinto e si ferma rimanendo immobile a galleggiare sull’acqua girato su di un fianco. Ultimi giri di manovella per portarlo sottobordo. Enrico prende il terminale e lo raffia. E’ NOSTRO! Il combattimento è finito sono riuscito a prendere il mio primo tonno. Non ci posso credere. Sono tutti a prua Aldo, Giovanni ed Enrico tutti gridano, mi fanno le congratulazioni dandomi grandi pacche sulle spalle. Io rimango sulla sedia inebetito, anzi anchilosato, non ho la forza neanche di aprire i moschettoni del giubbotto, con un sorriso ebete stampato sul viso. Adesso tutti i muscoli si sono risvegliati e mi ricordano dolorosamente che il combattimento è durato un ora e mezzo ed io non ero allenato. Mentre cerco di recuperare il minimo delle forze per sollevarmi dalla sedia ed arrivare a poppa, i miei amici hanno già legato il tonno e lo hanno issato attraverso il portellone, che adesso non si voleva aprire. Mi siedo vicino a lui e lo guardo è bellissimo il suo dorso scuro, quasi nero, le pinnette della coda di un colore giallo vivo, i riflessi argentati del ventre che stanno già scomparendo. Un velo di tristezza mi assale, ho ucciso un’animale meraviglioso, ma scompare subito per la gioia del pescatore che ha preso la preda più grossa della sua vita. Non abbiamo nulla per brindare, ma anche l’acqua va bene. Dopo aver rimesso a posto tutto il caos della barca, ci dirigiamo verso il porto. Vedrete che festa ci sarà quando arriveremo al circolo, questo è il primo tonno che è stato preso a Termoli. Ma quando arriviamo al porto sono le 14,30 e tutti stanno mangiando e non c’è nessuno. Peccato, la festa sarà per la prossima volta. E dopo averlo pesato ( 80 Kg, pensavo molto di più ) e fatto le foto di rito ci accingiamo a trasformare quel bellissimo pesce in qualcosa di altrettanto gustosissimo.
Roberto Regnoli, 25 aprile 2006 |
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