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IL MARE Da quando il primo pesce uscì dall’acqua strisciando sulle pinne ventrali e cominciò la conquista della terra, sono passati milioni di anni e quel primo preistorico anfibio si è evoluto in migliaia di forme diverse, rettili, mammiferi, uccelli e nell’uomo, ma nel profondo del suo io non ha dimenticato il suo luogo di origine; il MARE. Il mare, l’origine della vita, questa enorme distesa di acqua che avvolge le terre dividendole ed unendole nello stesso tempo. Il mare è parte di noi stessi, condiziona la nostra vista con le sue maree ed i suoi umori e noi siamo affascinati da questo enorme elemento liquido che ci attrae con i misteri nascosti nelle sue profondità. Sono innamorato del mio mare, sia quando completamente immobile mi culla con la mia barca mentre il sole tramontando lo tinge di mille colori purpurei, sia quando all’improvviso impazzisce, quando il cielo diventa scuro come la pece, il giorno diventa notte, il vento urla furioso fra le sartie, la vela sbatte con un rumore assordante che ti attanaglia lo stomaco e le gambe ti diventano molli come la cera, e lui ti trasporta come un fuscello in un ribollire di onde. In quei momenti tu senti tutta la sua forza e ti senti piccolo, piccolo, impotente, e la tua barca, qualsiasi sia la sua grandezza, diventa un guscio di noce senza controllo; non puoi lottare contro di lui, devi soltanto assecondarlo e chinare la testa ai suoi voleri, sperando che questa volta ti risparmi. Ma nonostante tutto torni da lui, vuoi riprovare la sua dolcezza, vuoi riprovare la sua forza, vuoi rivivere quelle emozioni che solo lui ti può dare. I suoi mille colori, verde chiaro del sottocosta, attraverso il quale si intravede il fondo deformato come da un immenso occhiale, il blu scuro delle acque profonde in cui brillano i riflessi dorati del sole come in un opale marino e che sembrano attirati nel profondo alla ricerca di un tesoro immenso, il nero assoluto del mare durante le notti scure, dove soltanto le stelle non te lo fanno confondere con il cielo, i riflessi argentei delle notti di luna che lo fanno assomigliare ad un prezioso mantello di una principessa indiana. Ma esistono anche altri colori, il verde marcio delle alghe in putrefazione, il color vomito della mucillagine, il colore della morte dell’inquinamento. L’inquinamento, la maledizione dell’uomo, che coi suoi veleni, novello madricida, avvelena il mare. L’uomo con la sua pseudociviltà vomita dentro il mare tutti i suoi rifiuti pensando che il mare, immenso e profondo, possa nascondere tutti i suoi peccati. Ma la vita viene dal mare ed uccidendo il mare causerà la morte di tutta la terra. Anni fa mi ricordo di un giorno quando, scendendo la mattina presto per fare una camminata in riva al mare, mentre mi avvicinavo alla battigia mi accorsi che nell’aria c’era qualcosa di strano; non un rumore, non un volo di gabbiani, una immobilità innaturale. È, con orrore, che mi accorsi del motivo. La spiaggia era coperta da un tappeto di pesci morti. Cefali e spigole si stendevano a perdita d’occhio nelle due direzioni, non del colore argento vivo di quei pesci, ma di un grigio smorto che non risplendeva ai raggi del sole nascente. Mentre attonito guardavo quello spettacolo fui avvolto dall’odore; l’odore della morte il puzzo dolciastro della decomposizione, una cosa terribile che ti avvolge penetrando dentro il tuo essere, impregnando non solo i vestiti ed il tuo corpo, ma l’anima stessa, con l’orrore di quello spettacolo. Mi avvicinai sconvolto, per osservare meglio, e notai subito un particolare. Tutti i pesci erano intatti, nessuno gabbiano o altro animale li aveva mangiati, come normalmente avviene quando un pesce viene spiaggiato. Quindi pensai subito ad un disastro ambientale da inquinamento, mi passarono per la mente le immagini viste in televisione di grossi disastri, Amoco, Cadis, Texaco, ecc.., vidi gabbiani ricoperti di petrolio, vidi una melma nera che avvolgeva come un sudario milioni di pesci, ma erano immagini lontane, come in un film, che mi riempivano d’orrore, ma che per fortuna, pensavo, erano toccate ad altri, in paesi lontani e che mai e poi mai sarebbe successo a noi. Adesso la cruda realtà mi colpiva come un pugno allo stomaco, anche a noi era toccato di vedere gli effetti dell’inquinamento, il disastro ambientale si spargeva davanti a nostri occhi nella sua cruda ed orripilante realtà, anche noi potevamo avere gli onori della cronaca per l’ennesimo episodio di inquinamento. Presi uno di questi poveri corpi e lo portai all’ufficio competente per scoprire la causa della morte. La risposta fu la più assurda possibile : le migliaia di cefali e le spigole erano morte per una mareggiata. Questi pesci che vivono in mezzo alle onde erano stati uccisi dal loro ambiente naturale, da quello che gli procura il nutrimento. Allora capii che non c’era via di scampo, capii la connivenza fra inquinatori e controllori; non la guerra atomica, ma l’inquinamento sarebbe stata la distruzione del genere umano. Noi che ci scandalizziamo, facciamo conferenze, marce dimostrative, raccogliamo fondi contro la distruzione della foresta amazzonica, non ce ne frega assolutamente nulla di quello che succede fuori dal nostro uscio di casa; non ce ne frega nulla che i pescherecci con le reti a strascico peschino vicino a costa, lasciando dietro di sé un’autostrada di morte ; non ce ne frega nulla che le turbo soffianti rivoltino il fondo marino fino vicino al bagnasciuga; non ce ne frega niente che i nostri fiumi, dove prima riuscivamo a scorgere il fondo dall’alto di un ponte, ora abbiano il colore del fango liquido; non ce ne frega niente se durante le giornate di garbino il puzzo dello zuccherificio si senta a oltre 12 miglia dalla costa. Questa nostra indifferenza ci rende colpevoli come gli autori di questo scempio. Dovremmo reagire a questo nostro torpore, costringere i nostri politici a salvarci dalla distruzione totale, dovremmo educare le nuove generazioni al rispetto del mare e della natura stessa, dovremmo noi stessi non provocare il micro-inquinamento buttando in acqua un sacchetto di plastica. Ma nonostante questa paura che alberga nel profondo della mia anima, spero che il mare nella sua immensità possa accogliere per ancora tanti anni gli insulti degli uomini e mi venga risparmiato di vederne la fine. Spero che mi vengano concesse altre uscite in mare, altre emozioni, come quando mentre stai trainando da ore sotto un sole cocente con il mare lievemente increspato da un leggero scirocco, le lenze calate a poppa pescano a varie profondità, tutto è pace, e l’unico rumore è il ronfare pigro del motore al minimo. Un gabbiano curioso segue la scia della barca, e tu sonnecchioso stai guardando l’ecoscandaglio, mentre i tuoi pensieri volano sulle ali di quel gabbiano senza una meta precisa. Tutto è pace, tu sei in comunione con il tuo mare, la tua anima rinasce da questa comunione, quando all’improvviso, questa pace è rotta dal rumore della cicala impazzita e il filo comincia ad uscire dal mulinello con una velocità incredibile; il cuore si ferma per un attimo e dopo un tuffo nel petto riparte alla stessa velocità del filo pompando fiumi di adrenalina nel tuo sangue. Tu salti come una molla, prendi la canna in mano e ferri ; è grosso, molto grosso, senti il filo tendersi, senti le testate che ti vengono trasmesse dal tuo braccio al cervello, devi cedere filo prima che spacchi, e la frizione urla un’altra volta; la paura ti assale, l’hai riconosciuto, è un grosso dentice, il rischio che si possa intanare è alto, la possibilità che tagli il filo su di uno scoglio pure; riesci a fermare la seconda fuga e cominci lento il recupero, ma nuove testate, nuova fuga, devi cedere tutto il filo che avevi già recuperato; si ferma, ora viene, ora si ferma di nuovo, cominci delicatamente a pomparlo, lentamente si solleva dal fondo, le fughe sono sempre più corte e le testate più leggere. Adesso si può recuperarlo con più regolarità, ma quando è lunga la lenza, sembra non finire mai, sei in piedi sotto il sole e stai sudando più per l’emozione che per lo sforzo, il filo canta nella brezza di scirocco che proprio in quel momento ha deciso di rinforzare. Il tempo sembra essersi fermato, anche il gabbiano veleggia immobile nell’aria in attesa degli eventi. E finalmente lo vede affiorare, Dio quando è ancora lontano, saranno più di cinquanta metri. No! Si mette a girare, e la paura ti assale di nuovo, sarà illamato bene o è stato preso solo per un’ancoretta che si può aprire da un momento all’altro. Affonda di nuovo e tu continui delicatamente il recupero. Dopo un’eternità, eccolo, è enorme, i riflessi blu-elettrici sfavillano nell’acqua chiara, con un ultimo guizzo si affonda e si infila sotto la barca, un ultimo fremito ti corre lungo la schiena, le eliche! ma riaffiora quasi subito dall’altra parte dello scafo, la lotta è vinta, si lascia trascinare per gli ultimi metri verso il capace guadino. Con una manovra da manuale Feliciotto lo “coppa” ed è a paiolo. Allora tutta la tensione ti lascia, sentimenti contrastanti si mischiano, felicità, emozione, tristezza per quella meravigliosa creatura, un groppo alla gola non ti permette di parlare per qualche secondo, tu lo guardi estasiato mentre le tue mani tremano tanto da non poter aiutare Feliciotto a slamarlo. Dopo esplode la gioia, l’emozione è passata, la lotta è vinta, le urla di esultanza fanno scappare il gabbiano che impassibile aveva seguito tutta la scena, ed è tutto già un bellissimo ricordo, perché bisogna subito ricalare le lenze per ripartire alla ricerca di un’altra avventura. E la notte incombe avvolgendo tutto e confondendo il mare con il cielo, verso riva le luci delle case ammiccano come stelle cadute, ogni tanto sull’autostrada passa il faro lampeggiante della polizia, sopra di noi un cielo stellato da togliere il respiro. Tutto è quiete, anche il mare è calmo come l’olio e muove lentamente la barca con onde lunghe come un sospiro. Guardo i miei amici Piero e Feliciotto che illuminati dalla luce verdastra dell’ecoscandaglio sembrano delle creature aliene. Nessuno parla, quella quiete interiore ci ha contaminato, ognuno fa il proprio lavoro in silenzio assorto nei propri pensieri. Piero al timone, Feliciotto al rullo ed io a salpare il “palancaro”. I braccioli vengono su dall’acqua ognuno con la propria esca sconsolatamente vuoti, neanche un gronco viene ad interrompere la monotonia della scena. Già oltre metà del palancaro è stato salpato senza aver preso neanche un pesce. Quando all’improvviso vediamo rischiarare l’orizzonte e lentamente, maestosamente emerge dal mare la luna. E’ una luna enorme che illumina tutto con il suo chiarore argenteo e all’improvviso tutto si anima, il mare brilla di mille riflessi, un brezza di terra increspa la superficie e fa muovere la bandiera della barca, ed attraverso il trave un tremito viene trasmesso al mio braccio, sento le sue testate mentre cerca di liberarsi. Il recupero si fa più veloce fra gli improperi del Feliciotto che al rullo non riesce a mantenere il mio ritmo. Dai suoi tentativi di fuga lo riconosci, è un sarago, e finalmente lo vedo, è una bella “padella” che sfila vicino al bordo della barca brillando argentea alla luce della luna, prendo in mano il bracciolo e con un movimento circolare lo isso a bordo, ma il trave continua a vibrare, un altro “cliente” è in attesa all’amo successivo. Mentalmente ringrazio la Dea Luna che ha capovolto una situazione che preannunciava un cappotto, ma non c’è tempo di pensare i saraghi salgono a bordo come le perle di una collana. Il ritmo di recupero si fa serrato, i “moccoli” di Feliciotto pure, Piero manovra con perizia l’imbarcazione in modo che il trave sia sempre a piombo. Siamo felici, il tempo è bello, il mare meraviglioso, i saraghi sono tutti di una bella pezzatura, la pescata si preannuncia di quelle che si ricorderanno. Quando all’improvviso sento una forza diversa tirare sul trave, non più verso il fondo ma di lato, le fughe sono diverse, la forza è maggiore, devo cedere filo, ricomincio lentamente il recupero, ma il pesce non vuole avvicinarsi alla barca, sento la sua forza contrastare la mia trazione. Adesso lo vedo, è uno spigolone, il coppo!, il grido mi esce un po’ troppo forte, sovrastando il rumore del motore. Ovviamente il guadino è nel suo alloggiamento a poppa, Feliciotto corre a prenderlo, mentre contrasto le ultime fughe del pesce. Adesso siamo pronti, continuo il recupero, ma la spigola si infila all’ombra della murata, non si riesce più a vederla, ma eccola di nuovo, un guizzo argenteo e con la solita maestria il Feliciotto la prende. E’ una spigola meravigliosa sui 5 Kg che si dibatte sul ponte mandando riflessi argentei alla luce di una luna meravigliosa. Ma non c’è tempo per fermarsi a rimirare la bella preda, un altro pesce mi sta chiamando dal profondo del mare, e la pesca continua. Il palancaro viene su “listo” i pesci si succedono con regolarità alternati a dei gronchi mostruosi, lentamente la boetta si avvicina lampeggiando come un piccolo faro in mezzo al mare. E’ finita, sono sudato, rimiriamo dentro la conca il pescato fumando l’ultima sigaretta di una sera meravigliosa. Questo è il mare con i suoi momenti felici, quelli tristi, quelli paurosi, ma sempre belli, tutti quei ricordi che porterai sempre nel tuo cuore e che ti accompagneranno per tutta la vita con quella voglia inestinguibile di riprovare. Riprovare quelle emozioni, ricercare qualcosa, qualcosa che non sappiamo cosa sia, forse noi stessi, che nel mare speriamo di trovare, nelle sue profondità o nella sua distesa infinita, “ fatti non fummo a viver come bruti ” disse Ulisse ai compagni, e così attraversiamo le Colonne d’Ercole sempre alla ricerca della felicità. La felicità di andare per mare, la felicità di stare con i tuoi amici, anch’essi arsi dalla tua stessa passione, la felicità di pescare insieme, la felicità di immergersi in quei colori ed odori che solo il mare ti può donare, la felicità di sentirsi in comunione con lui. E mentre questi pensieri si rincorrono nella mia mentre come le onde, continuo a guardare i gabbiani che seguono la scia della barca e ripenso ad un certo Jonathan Livingstone che nella ricerca delle perfezione del volo trovò il suo paradiso. Anche noi dobbiamo tendere a migliore noi stessi alla ricerca del rispetto verso noi stessi e la natura. Roberto Regnoli, 18 luglio 1997 |