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Il Rusco
(secondo alcuni:
Rusco è da derivare dal gallico rusca, scorza, termine che
successivamente nei dialetti dell'Emilia Romagna servì per indicare il pattume,
la spazzatura). Spiagge bianche incontaminate, dove un mare smeraldo sussurra, raccontando storie fantastiche di corsari e tesori scomparsi, dove le tue impronte ti seguono come i tuoi pensieri.
Improvvisamente la realtà ti cade addosso come un macigno, stai si camminando sulla spiaggia, ma questa non è quella incontaminata del tuo sogno, ma una discarica a cielo aperto, ed il mare non di racconta più storie fantastiche, ma della stupidità e dell’ignoranza dell’uomo. Stai camminando su di un mare di bottiglie di plastica, inciampando in frigoriferi, lavatrici, televisori, computer e tutte quelle porcherie che l’uomo ha buttato nel mare sperando che esso nascondesse la sua maleducazione.
Una bambola dal viso pallido come un cadavere ti guarda in un muto rimprovero.
E tu continui a camminare fra segnali di reti, nasse per le seppie, enormi boe per le cozze, che mi ricordano stranamente i bozzoli del film “ Cocoon “ , ma non verrà nessun E.T. a portarseli via.
Nel tuo girovagare lo trovi pure, E.T., ma anch’esso è morto e ti guarda con occhi spenti. Tutto è morto, tutto è immoto, tu continui a camminare in un macabro cimitero della tecnologia umana, mentre un sole malato ti riscalda la schiena.
Il tuo fido cane Dago va annusando alla ricerca di odori conosciuti, ma anche lui è frastornato da questo bailamme di schifezze, e ti guarda e nei suoi umidi occhi una domanda. PERCHE’?.
E tu non sai cosa rispondere, e continui a camminare cercando qualcosa, che non sai, in mezzo a tutta quella desolazione.
All’improvviso, in mezzo ad un mucchio di bottiglie, una attira la tua attenzione.
Ha qualcosa di diverso, che ha attirato il tuo interesse, ma non sai, in un primo momento cosa sia. Poi te ne accorgi, c’è qualcosa dentro. La sollevi da terra e la pulisci dalla sabbia e dalle incrostazioni, e scorgi dentro di esso un pezzo di carta: un messaggio. Subito la tua mente vola a mappe di tesori nascosti, disperate richieste di aiuto di naufraghi, lettere di addio di amanti; la rigiri nelle mani e la guardi come se dentro ci dovesse essere il genio della lampada di Aladino. Ti siedi su un tronco e continui a guardarla, sbirci attraverso il vetro quel foglio di carta sgualcito, poi l’afferri per il collo e la sbatti contro il tronco. Si rompe ed il foglio rimane incastrato sul fondo. Con infinita delicatezza lo estrai dai frammenti di vetro e lo apri lentamente. Lettere sbiadite vengono illuminate da un sole morente. E’ scritta in inglese. Comincio a leggere con difficoltà dovute alla scrittura e alle macchie di muffa sotto lo sguardo attento di Dago, che mi guarda stupito perché ho interrotto la SUA passeggiata. E’ una ragazza che scrive a qualcuno, non riesco a capire il significato delle parole, il mio inglese è molto arrugginito. Poi capisco, è una lettera d’addio, lei deve lasciare il suo amore per delle “ difficultly “ non specificate e la lettera finisce con “ Your eternity love Mary”. Ed io vedo una ragazza bionda su di una spiaggia che scrive una lettera che non avrà mai il coraggio di spedire, le macchie sul foglio, non sono più di muffa, ma lacrime, vedo chiuderla dentro una bottiglia e gettarla in mare sperando che lui abbia quel coraggio che lei non ha avuto e la consegni al suo amore perduto. La vedo ancora guardare fra le lacrime la bottiglia, che presa dalla corrente, lentamente si allontana dalla riva, poi lentamente si alza e si scuote la sabbia dai pantaloni e si avvia lungo la spiaggia. Con gli occhi della mente la seguo mentre scavalca le dune ed il sole che tramonta dietro di lei le illumina i capelli di un’oro pallido. Un abbaio potente mi strappa dalle mie fantasie, Dago si è scocciato di aspettare e vuole ricominciare a camminare ed andare a caccia di lucertole. Mi alzo e lo seguo su quella spiaggia che non mi sembra più tanto vuota o tanto brutta, mentre quel foglio conservato religiosamente in tasca, sembra pesare come un macigno, e mi allontano anch’io verso quel sole pallido e morente. E’ ora di tornare a casa e alla realtà. Roberto Regnoli, 28 febbraio 2006
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