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di Roberto Regnoli

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Messaggi dal mare di: Roberto Regnoli

LA SPIAGGIA

La spiaggia è semideserta nel pomeriggio incipiente, il mare è un lago d’olio, all’orizzonte un aliscafo sfreccia scivolando leggero sull’acqua, il cielo è di un azzurro quasi bianco, luminoso, fa caldo, sotto l’ombrellone sto leggendo un libro, la mia barca è in cantiere con un motore rotto.

La lettura non è interessante, mi distraggo continuamente, il tempo passa inutilmente, e la mente vaga da un pensiero all’altro come quel gabbiano, che là in alto nel cielo si fa portare dalle correnti senza una meta precisa. Due ragazzi stanno giocando a racchettoni sulla riva del mare, le loro grida disturbano la mia quiete ed il mio vagabondare mentale,  osservo i loro corpi sudati che si agitano in una specie di danza tribale, i muscoli guizzano sotto la pelle risplendendo al sole come unti d’olio.

La ragazza ride forte perché il suo compagno è caduto nel tentare di prendere una palla impossibile, ha un bikini giallo, è una bella ragazza , le sue gambe scattano come quelle di una gazzella , i suoi tiri sono molto più precisi di quelli del compagno; il mio cervello registra tutta la scena distaccato, quando all’improvviso una brezza leggera mi porta le parole di una vecchia canzone di Celentano, “ Ora sei rimasta sola “, sollevo gli occhi e guardo il cielo, qualcosa scatta nella mia mente. E’ un altro cielo, è un altra spiaggia, la mente vola ad un’altra estate di tanti anni fa, forse troppi, rivedo volti di ragazzi giovani che stanno giocando sulla sabbia, risento voci gioiose e risate argentine, una ragazza mi corre incontro e mi abbraccia, risento il suo calore, la sua risata, il suo profumo mi inebria,  la mia anima affoga in due occhi blu profondi come il mare. Una malinconia infinita mi prende, mi trascina a fondo, un groppo allo stomaco mi opprime, un peso che quasi non mi fa respirare, poi lentamente risale verso la gola e dalla gola agli occhi, sento le lacrime spingere per uscire, ma qui non si può, c’è gente. Allora con uno sforzo sovrumano le ricaccio in gola e dalla gola allo stomaco cercando di digerirle, lentamente cerco di risalire verso la superficie di quel mare dove ero felice di annegare. I ragazzi tornano a giocare a racchettoni e le loro urla a ferirmi le orecchie, però dentro di me è rimasta una malinconia che mi opprime, quelle immagini non sono scomparse completamente dalla mia mente, e come fantasmi diurni cercano di strapparmi dal mio mondo reale per riportami nel loro fantastico fatto di ricordi e di rimpianti. Mi alzo di scatto, il libro, di cui adesso non me ne frega proprio più niente, cade nella sabbia, mi chino per raccoglierlo, ma la mia attenzione viene attratta da un altra scena. Un bambino piccolo di circa un anno e mezzo, completamente nudo all’infuori di un cappellino azzurro in testa sta trotterellando verso il bagnasciuga, la madre sotto l’ombrellone dorme con una rivista in grembo. Osservo le sue gambotte lievemente arcuate, le sue manine protese in avanti come nella ricerca di un abbraccio, il suo culetto che sobbalza nell’andatura insicura, i fantasmi sono cacciati dalla mente, l’angoscia che mi opprimeva lentamente mi lascia, mi rimetto a sedere.  Il bimbo è giunto finalmente in riva al mare e si lascia cadere con un piccolo tonfo sul sederino, il cappellino azzurro gli scivola sulla fronte, e lui con non chalance lo ricaccia all’indietro con una delle sue grassocce manine, con un gesto così naturale, così adulto che mi ricorda Hanfry Bogart in Casablanca. Poi con la concentrazione degna del miglior praticante di Yoga,  si mette a cercare un particolare granello di sabbia, scartando gli altri miliardi. La ricerca va avanti un bel po’ senza esito positivo, anzi senza nessun esito, il piccolo ha provato a vedere se quel famoso granello avesse un  sapore diverso dagli altri, o se facesse un rumore diverso gettandolo per terra, nulla sono proprio tutti uguali, ma il piccolo insiste con una caparbietà unica. Adesso fra le sue manine è capitata accidentalmente una conchiglia, la ricerca è interrotta, il piccolo la rigira stupito da questo nuovo oggetto misterioso, la assaggia aggiungendo sabbia ad altra sabbia ai lati della sua bocca, ma non trovandola di suo gradimento la getta via e la ricerca continua. Un altro oggetto attrae la sua attenzione è un sasso nero. E’ un sasso nero lucente, con dei riflessi blu-metallici, il piccolo lo prende in mano, lo osserva curioso, estasiato, lo solleva verso il sole per meglio osservare i suoi meravigliosi riflessi, lo passa da una manina all’altra soppesandolo e queste prendono il colore nerastro del sasso. E’ catrame! E’ un grosso grumo di catrame. Il bimbo stupito si osserva le manine che sono diventate dello stesso colore del  sasso e pensoso se ne passa una sulla fronte, che si tinge immediatamente di nero. Adesso sembra un piccolo indiano con i colori di guerra. Mi viene da ridere; ma il riso mi muore dentro, penso subito ai pozzi di petrolio posti proprio di fronte alle nostre coste, alle petroliere che lavano le cisterne durante la notte, alle scogliere delle Isole Tremiti che sono diventate nere come le manine del bimbo, all’Isola di Pianosa che è diventata una discarica a cielo aperto. E la tristezza mi assale di nuovo, ma è una tristezza diversa , irosa , che ti ribolle dentro facendoti fremere, ripenso a tutti quei disastri ambientali causati dalla bramosia dell’uomo, il petrolio, l’oro nero, vedo enormi petroliere lunghe centinaia di metri solcare i mari, le più grandi navi costruite dall’uomo, delle isole galleggianti, dinosauri dell’era moderna, agonizzare morenti perdendo dai loro ventri squarciati milioni di litri di greggio. Il grumo nero nella mano del bambino si allarga a dismisura, diventa una chiazza di chilometri quadrati portata dalle correnti come una mostruosa ameba portatrice di morte; vedo spiagge dorate diventare paludi di fango nero dove si dibattono animali morenti; vedo gabbiani ricoperti di catrame cercare di spiccare il volo verso un cielo anch’esso plumbeo come un sudario; vedo foche guardare con occhi rossi chiedendo il motivo di tutta quella morte; vedo sparsi sulla spiaggia grumi di catrame un po’ più grandi degli altri che una volta erano pesci guizzanti argentei in acque cristalline; vedo uomini, vestiti con tute bianche e stivali gialli, aggirarsi smarriti come sopravvissuti di una guerra nucleare in questa melma nera cercando  di porre un rimedio a questa tragedia apocalittica, cercando di salvare animali già condannati, cercando di arginare questa putrida marea incalzante; vedo la disperazione nei loro volti per l’impotenza e l’inutilità dei loro sforzi. L’angoscia mi assale di nuovo, angoscia mista a rabbia impotente, sento un sapore acido in bocca. All’improvviso un urlo mi fa sobbalzare, cerco un gabbiano  morente e vedo il bambino che ha assaggiato il sasso nero, sono riportato alla realtà, la madre si sveglia di soprassalto e corre a soccorrere  il suo piccolino urlante. Sono tornato sulla spiaggia sotto l’ombrellone, i ragazzi  incuranti stanno ancora giocando a racchettoni, il sole sta tramontando in mare sul suo carro di fuoco attorniato da una corteo di nuvole purpuree. Comincia a fare umido, raccolgo il mio inutile e noioso libro e lentamente mi avvio verso casa accompagnato dai tristi fantasmi della mia mente.

 

Roberto Regnoli, 19 agosto 1996